lunedì 11 aprile 2016

Recensione: Aim for the Ace! Final Stage (Jenny, Jenny)

AIM FOR THE ACE! FINAL STAGE
Titolo originale: Ace wo nerae! Final Stage
Regia: Osamu Dezaki, Akio Sugino
Soggetto: (basato sul fumetto originale di Sumika Yamamoto)
Sceneggiatura: Masami Mori, Rika Kido
Character Design: Akio Sugino
Musiche: Hiroaki Serizawa
Studio: Tokyo Movie Shinsha
Formato: serie OVA di 12 episodi (durata ep. 24 min. circa)
Anni di uscita: 1989 - 1990


Non è particolarmente sorprendente, a dispetto dei notevoli predecessori, l'atto finale dell'Aim for the Ace! (1973) animato: non tanto per la sua qualità intrinseca, invero più che dignitosa, quanto per come, abituati al lavoro svolto in precedenza dai registi Osamu Dezaki e Akio Sugino, che rileggevano il fumetto cult della Sumiko Yamamoto in modo davvero molto personale, ci si stupisce di come i due, col coraggio che hanno di addirittura abbandonare qualsiasi aderenza al copione originale per sviluppare la serie conclusiva, pur con questa libertà finiscono col tirare fuori degli sviluppi e delle trovate davvero tanto banali, difficilmente pronosticabili guardando agli script maturi ed esistenzialisti dei prequel.

Il manga, pur con i suoi grossi limiti (un cast troppo enorme da gestire e composto da un mucchio di personalità trascurabili, la velocità fulminea e spesso superficiale di narrazione), si faceva ben apprezzare per l'azzeccata scelta di trasformare l'opera in una sorta di slice of life, evitando super-tornei spettacolari e match all'ultimo sangue a favore di un approccio molto sociale e pragmatico nel tratteggiare la vita dell'eroina Hiromi Oka, più interessata a crescere e a contribuire all'affermazione sociale del tennis giapponese che a seguire una carriera personale carica di grandi duelli e rivalità agonistiche come ci si sarebbe aspettati da un qualsiasi spokon. Insomma, avevamo una storia sportiva dagli intenti quasi didattici, tanto che si apprezzavano enormemente idee innovative come quella di mostrare come i grandi amici di Hiromi del liceo Nishi, Madama Butterfly, Takayuki Todo e Yu Ozaki, al posto di darsi al professionismo diventando amici/rivali, sceglievano invece una rilassante carriera da allenatori, per istruire col loro talento nuove generazioni di bravi atleti che potessero un giorno riportare agli antichi fasti lo sport nella madrepatria. Dezaki e Sugino preferiscono invece rileggere fino all'ultimo la storia con la loro sensibilità e anche se quest'arco narrativo, inventato da loro da cima a fondo rinnegando gli ultimi cinque volumi del fumetto, resta più che godibile e ben realizzato, segue però binari sportivi ortodossi davvero abusati, portando a un risultato non solo meno interessante e coraggioso, ma anche "bugiardo" nello snaturare la filosofia originale.

Se con le serie precedenti veniva offerto un perfetto compromesso fra sport, dramma e crescita personale della ragazza, rifiutando in toto quasi tutte le numerose sottotrame amorose cartacee, in Final Stage a questo proposito viene riportata in auge quella principale, rimasta fino a quel momento confinata sullo sfondo, dandole per giunta uno spazio davvero eccessivo: ben 6/7 episodi (su 12 totali) dedicati al coronamento della storia tra Hiromi e Todo, mai così protagonista, smielata e fuori luogo in rapporto all'austerità precedente. Il suo grosso difetto è l'adagiarsi su su linee teatrali, melodrammatiche e rosa difficilmente compatibili con quanto raccontato fino a quel momento: il precedente impianto sobrio e realistico adottato per raccontare i turbamenti amorosi dei due (sul fatto che tenevano a freno i loro istinti per favorire la loro maturazione atletica e non "bruciare" sul nascere il loro talento) è brutalmente rinnegato, perso dietro classiche elucubrazioni mentali adolescenziali e forti cucchiaiate di zucchero degne di una telenovela. Deludente è anche la decisione di disconoscere lo spirito di dedizione degli assi del Nishi verso l'affermazione del tennis in Giappone scegliendo di fare da allenatori, in questo caso indirizzando le loro forze verso la pretesa di diventare professionisti (un vero e proprio tradimento!). Stucchevole, infine, il classico torneo sportivo finale in cui convogliare per l'ennesima volta le rivalità e le ambizioni delle tre fuoriclasse del tennis femminile, Hiromi, Madama Butterfly e Ranko Midorikawa, questa Queen's Cup '90 affrontata di volata negli ultimi tre episodi senza molta convinzione, con match abbastanza piatti e prevedibili. Tutte queste considerazioni, tuttavia, sono altamente soggettive e valgono solo sui debiti dell'anime con il manga, appiattito e snaturato nella sua interezza dalla svolta inedita e incapace di superarlo nel finale proprio quando lo aveva surclassato in tutto il resto. Concretamente, invece, Final Stage si fa guardare rappresentando una buona conclusione all'adattamento animato di Aim for the Ace!, perfetto per gran parte della sua durata e sottotono giusto nelle parti conclusive.


Tecnicamente per l'opera valgono un po' le stesse considerazioni del prequel: si riconosce la mano di Dezaki in split screen e illustrazioni particolareggiate (presenti in numero di molto maggiore rispetto a quanto visto nel precedente Aim for the Ace! 2 del 1988) usate per esprimere sentimenti, forza e velocità, ma il budget continua a non essere degno di un esponente del formato home video e i disegni di Sugino, per quanto carichi di particolari, sono sempre troppo adulti e diversi da quelli "acqua e sapone" della storica serie del 1973. Ci si abitua, ma tecnicamente l'opera poteva usufruire di più coerenza e soldi. Le musiche, infine, sono riciclate senza fantasia da Aim for the Ace! 2. In definitiva: visione obbligatoria per chiudere la storia, ma finale già visto e sentito troppo spesso, parzialmente deludente viste le premesse tutt'altro che banali della saga. Ci si aspettava una zampata da leone anche in chiusura e invece è scelta la strada più semplice e innocua.

Nota: purtroppo, essendo irreperibile qualunque edizione ufficiale dell'opera con almeno dei sottotitoli fedeli ai dialoghi originali giapponesi, l'unico modo per godersi Aim for the Ace! Final Stage consiste nell'adattamento italiano a cura di Mediaset, comprensivo di un'agghiacciante sigla d'apertura cantata da Cristina D'Avena (con uno dei peggiori testi mai scritti da Alessandra Valeri Manera, spropositatamente ridicolo) e che accorpa questa serie con la precedente, Aim for the Ace! 2. Se, tutto sommato, le voci italiane dei personaggi non stonano e i dialoghi sembrano almeno apparentemente filare, gli immancabili nomi inventati e i numerosi tagli a sequenze dialogiche anche lunghe rendono la visione abbastanza ostica. In mancanza di meglio...

Voto: 7 su 10

PREQUEL
Aim for the Ace! (1973-1974; TV)
Aim for the Ace! 2 (1988; serie OVA)

Nessun commento:

DISCLAIMER

Questo blog non rappresenta una testata giornalistica, viene aggiornato senza alcuna periodicità e pertanto non può considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge 7 marzo 2001 n. 62. Molte delle immagini presenti sono reperite da internet, ma tutti i relativi diritti rimangono dei rispettivi autori. Se l’uso di queste immagini avesse involontariamente violato le norme in materia di diritto d’autore, avvisateci e noi le disintegreremo all’istante.