lunedì 9 giugno 2014

Recensione: Il giardino delle parole

IL GIARDINO DELLE PAROLE
Titolo originale: Kotonoha no Niwa
Regia: Makoto Shinkai
Soggetto & sceneggiatura: Makoto Shinkai
Character Design: Kenichi Tsuchiya
Musiche: Daisuke Kashiwa
Studio: ComixWave
Formato: mediometraggio cinematografico (durata 46 min. circa)
Anno di uscita:  2013
Disponibilità: edizione italiana in DVD & Blu-ray a cura di Dynit


Credo non mancherò di allontanare un certo pubblico di lettori scrivendo ahimè male, molto male, di opere che piacciono, hanno successo e trovano fiumi di parole in cui crogiolarsi per incensare determinate scelte, lodare la poetica, elogiare l’immaginario e quant’altro. Pazienza, leggeranno altrove, ma spero sempre che rimangano, e in fondo so che il piccolo pubblico che ci segue in un modo o nell’altro è fedele, per capire realmente cosa critico e cosa non mi piace di certa animazione e in generale di certo cinema, senza limitarsi a una sbirciatina al voto finale e uno sbuffo insoddisfatto.

Considero Makoto Shinkai il più sopravvalutato regista d’animazione, un autore povero d’idee, scolastico e ingenuo nello svolgimento, da sempre attento all’estetica e poco, molto poco alla sostanza, ma che viene paradossalmente glorificato proprio per una poetica personale che io, più mi concentro e più cerco di decifrare, proprio non riesco a vedere. È chiaro che, soprattutto in animazione, la veste grafica assume importanza necessaria: la cura dei disegni, la creazione dei fondali, e ancora la capacità di dirigere le animazioni ricreando realismo attraverso l’importanza dei piccoli gesti, degli sguardi, dei movimenti che quotidianamente ignoriamo ma che in animazione fanno la differenza.

Shinkai conosce bene il mestiere, la sa lunga, una spanna davanti a molti, sin da quando esordiva facendo tutto da solo, dai disegni alle animazioni, dalla sceneggiatura alla regia, caratteristiche che negli anni sono rimaste invariate ma che di volta in volta vengono giocoforza esaltate dalla potenza di un vero studio e veri soldi alle spalle dove appoggiarsi per dare vero lustro alle sue visioni. Visioni che anche nella sua ultima fatica del 2013, Il giardino delle parole, da poco uscito anche nei cinema italiani grazie al buon lavoro e all’impegno profuso da Nexo, conservano quella meraviglia che da sempre lo contraddistingue: il dolcissimo, morbido e attento chara design fa vivere personaggi visivamente minuziosi e di rara eleganza, il lavoro impressionante sui fondali rasenta il fotorealismo e fa splendere straordinarie immagini di boschi piovosi, acqua che scorre e città ingrigite, l’attenzioni ai dettagli a dir poco spaventosa gli permette di caricare di significato ogni singola goccia di pioggia che cade, animata con una profusione di particolari e rifiniture da infarto. È tutto molto, molto bello, anche di più, è uno spettacolo impressionante che lascia a bocca aperta in più di un’occasione, e Shinkai sa spremerne a fondo la potenza attraverso una regia personale che sfrutta inquadrature singolari dove dirigere gli attori con un’espressività esemplare (i vari momenti sulla panchina mentre il tempo passa, la quotidianità vista attraverso piccolezze di uso comune, l’esaltazione della pioggia). Ma a un film si chiede anche una storia, soprattutto a un autore che fa tutto da sé e la scrive in prima persona come Shinkai: ripeto sempre che non importa il tipo di storia, andrebbero bene anche i copioni più semplici e lineari se valorizzati, l’abilità di un regista sta proprio nell’ottimizzare i particolari della trama e nel narrarla in maniera coinvolgente, cercando di mostrare (in fin dei conti è proprio questo il suo mestiere) ed evitando il più possibile di spiegare.

 

Shinkai, purtroppo, da questo punto di vista è una personalità ancora molto impersonale, negli anni è migliorato e attraverso la sua regia sa potenziare quanto scrive, rispettando i tempi e valorizzando sguardi e silenzi, ma è proprio la sua penna il peggior difetto, e mi è davvero difficile accettare una simile pochezza da un autore ormai affermato da quindici anni. Il giardino delle parole racconta dell’amicizia di un quindicenne solitario ma non per questo emarginato dal gruppo (Takao semplicemente ama anche stare da solo), seguendo il suo strambo sogno di diventare creatore di scarpe lavorando sodo dopo la scuola e soprattutto nei giorni di pioggia, che sfrutta per isolarsi in una panchina in un bosco dove creare in pace. È proprio lì che incontra Yukino, una donna più grande, altrettanto solitaria ma misteriosa, di lei non conosce neanche il nome ma nel tempo, di giorno di pioggia in giorno di pioggia, stringe un’amicizia così forte che, ancora troppo giovane per capirne appieno il valore, per lui si trasforma chiaramente in amore adolescenziale. Molto bello, come in tutti i lavori di Shinkai lo spunto è sempre interessante pur focalizzandosi ancora una volta su temi a lui cari come la solitudine, l’importanza di un legame, la necessità di un confronto e la gestione dei propri sentimenti in situazioni drammatiche, ma come in tutti i lavori di Shinkai è proprio il suo sviluppo a lasciarmi interdetto per l’ingenuità con cui viene trattato.

Scelta azzardata e sbagliata in partenza è quella di un minutaggio così breve, in soli 46 minuti Shinkai non trova il tempo necessario per dare colore a ciò che sta attorno al grintoso Takao e alla sofferente Yukino, e pertanto si limita a spiegare chi sono, cosa fanno e cosa provano nel giro di pochi minuti, togliendo la bellezza per me fondamentale di scoprire lentamente i protagonisti di un film. Shinkai non mostra, non racconta, è come se mettesse un fotogramma dei due con tanto di didascalia per farne una breve presentazione, ma è pessima usanza, tanto più se con gli unici due personaggi di un’opera. È fondamentale invece creare un contesto dove inserirli, farli muovere per mostrare (già, il termine ritorna sempre, non ci possa fare niente se tale è la sua importanza) le loro vite, e solo in un secondo momento addentrarsi nella loro storia e giocare di sguardi e silenzi. A nulla serve usare, perché è questo che fa, questa poetica, parola che mi viene difficile da scrivere associata a un simile autore, per far parlare i due senza il bisogno di dialoghi che possano diventare superflui: i personaggi devono vivere ed esprimersi, e possono farlo in silenzio solo quando lo spettatore ha iniziato a conoscerli.

Ma non è questo l’unico errore di Shinkai, la sua pochezza è ben visibile innanzitutto nel povero simbolismo delle scarpe, con Takao che le crea per poter permettere a Yukino di tornare a camminare dopo un brutto colpo emotivo: ancora una volta non era necessario spiegare questa situazione, di ben altra intelligenza ed eleganza sarebbe stato vedere Takao far reagire Yukino con la sua umanità e la sua semplice amicizia, allora sì i silenzi e gli sguardi potevano essere funzionali alle intenzioni di Shinkai, sulla carta deliziose e molto intense, ma dover sottolineare un argomento, e in maniera tanto sempliciotta, è quanto di peggio possa esserci nel cinema. E si potrebbe anche parlare della scena finale, dove il litigio tra i due scoppia in maniera esageratamente automatica e quasi ridicola, non si respira quel realismo che Shinkai tanto vuol dimostrare di saper padroneggiare, e tutto pare artefatto per poter far partire la canzone che plachi gli animi e si congiunga a uno scoppio di lacrime conclusivo estremamente infantile.


Il giardino delle parole è pura superficialità disegnata e diretta in maniera strabiliante, al resto ci pensa la fama di un autore che in realtà avrebbe bisogno ancora di un po’ di esperienza, o quanto meno di un minimo di umiltà, per poter concentrarsi su ciò che sa fare a meraviglia e poter così lasciare aspetti per lui lacunosi a chi è più capace.

Voto: 5 su 10

6 commenti:

Rocket-Buddha ha detto...

Vedo che non sono l'unico ad aver storto la bocca.
Una cosa che ho criticato è la scarsa capacità di gestire i tempi di un racconto. E' bravo a trovare soggetti, o a creare attimi intimi, ma poi nel svilupparli in qualcosa di più ampio scade in errori grossolani e patetici. Non c'è uno sviluppo concreto e il finale arriva così affrettato e senza un carico emotivo che il risultato è imbarazzante e sopra le righe. Quello che doveva essere un climax si traduce in una scena stucchevole.
Un'altra cosa che ho trovato fastidioso è l'uso insistente e costante del commento musicale.
Dopo l'ennesima scena chiusa così volevo uccidere il pianista.

Simone Corà ha detto...

Vero, gli manca proprio una vera gestione del tempo, il suo unico interesse è un patetico tentativo di far emozionare chi guarda, e usa male trucchetti comunque poco validi. Effettivamente l'accompagnamento musicale è terribile e odioso, e sul finale ignobile parlavo anch'io nella rece, bad bad movie.

Carmine Marzano ha detto...

Questo film, è la sua miglior opera senza ombra di dubbio. Straccia quella medicorata di Beyound the Clouds e quel sopravvalutato film 5 cm per secondo.
Parliamoci chiaramente come voto a sto film, starei sul 7,5 nulla più e nulla meno. Shinkai tempera alcuni difetti come il didascalismo esasperato e contenutisticamente imbarazzante. I dialoghi dei suoi personaggi girano intorno al nulla cosmico!!! Oshii e Kamamiyama invece almeno quando scrivono lunghi monologhi, essi presentano una profondità contenutistica lodevole ed il secondo riesce anche a scrivere dialoghi in maniera fluida e scorrevole.
Il film viaggia a bordo linea tra melenso e non melenso, anche se scade nel primo solo negli ultimi 5 minuti.

Tenmo alle musiche è anonimo, cioè rispetto a Kawai e Hisaishi scompare, non ha la loro capacità di accompagnare la regia (vedere Hisaishi nel film Il Silenzio sul Mare, dove accompagna con le sue note un film fatto di completo silenzio. La riuscità di quel film va data anche per un buon 30% al compositore oltre che a Kitano). Oppure Kawai con oshii in Sky Crawllers, dove la note del primo si fondono benissimo con la regia del secondo.
La poetica di HSinkai si è evoluta con questo film, ora si aspetta che cambi contesto con la sua poetica. Agartha è un film buono, dove Shinkai sfrutta la sua poetica in tutt'altro contesto, ma il film fu massacrato ingiustamente dai suoi fanboy che si aspettano pipponi "pseudo esistenziali" (stile 5 cm per secondo) che contenutisticamente sono il nulla cosmico.

In sostanza, oggettivamente Shinkai si migliora film dopo film : Beyound (4), 5cm (6), Agartha (7), Il Giaridno (7,5). Ma è sopravvalutato un casino. Della new Wave nipponica, Hosoda e Okiura lo disintegrano.

Francesco Messina ha detto...

Sempre meglio di 5 cm al secondo. Condivido comunque la recensione.

Simone Corà ha detto...

@ Carmine: il punto, molto semplicemente, è che Shinkai ha buone, forse ottime idee, ma non è in grado di scriverle - è troppo ingenuo, troppo superficiale, molto sciocco e a tratti ridicolo. Se si limitasse al soggetto e alla regia e affidasse la scrittura a qualcuno di bravo potrebbe essere tutta un'altra storia.

@ Francesco: che a questo punto chissà quando mai guarderò XD

axel shut ha detto...

5cm io non l'ho trovato affatto male, anzi, in un'ora scarsa ci sono 3 segmenti ben distinti e compiuti
in questo film non c'è manco quello, 45 minuti che alla fine ti chiedi "Sì ok ma la storia quando inizia?" (anche perché il finale è ridicolo)
comparto tecnico superlativo, questo gli va riconosciuto

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