lunedì 2 luglio 2012

Recensione: Manie-Manie - I racconti del labirinto

MANIE-MANIE: I RACCONTI DEL LABIRINTO
Titolo originale: Manie-Manie - Meikyû Monogatari
Regia: Rintaro (ep. 1), Yoshiaki Kawajiri (ep. 2), Katsuhiro Otomo (ep. 3)
Soggetto: (basato sul romanzo originale di Taku Mayumura)
Sceneggiatura: Rintaro (ep. 1), Yoshiaki Kawajiri (ep. 2), Katsuhiro Otomo (ep. 3)
Character Design: Atsuko Fukushima (ep. 1), Yoshiaki Kawajiri (ep. 2), Katsuhiro Otomo (ep. 3)
Mechanical Design: Satoshi Kumagaya (ep. 2), Takashi Watanabe (ep. 2)
Musiche: Mickie Yoshino
Studio: Mad House
Formato: mediometraggio cinematografico (durata 49 min. circa)
Anno di uscita: 1983
Disponibilità: edizione italiana in DVD a cura di Dynit


Manie-Manie rientra, purtroppo, nel novero dei "poteva essere": poteva essere un grande mediometraggio, in quel 1983 (anche se usce ufficialmente nei cinema solo quattro anni dopo, per evitare sovrapposizioni con altri film in programma1) in cui la casa editrice Kadokawa Shoten, dopo l'ottimo, immeritato successo del tremendo Harmagedon - La guerra contro Genma, uscito lo stesso anno, riaffidava a Mad House e agli elementi "vincenti" di quello staff un nuovo film, questa volta un'antologia basata su alcune novelle del famoso scrittore di fantascienza Taku Mayumura contenute nel suo Meikyû Monogatari (I racconti del labirinto). Ma appunto, poteva. Era l'occasione di far convergere nuovamente l'arte di Rintaro, regista dei mitologici Capitan Harlock il pirata dello spazio (1978) e Galaxy Express 999 (id.), con gli affermati disegni di Katsuhiro Otomo, e specialmente di far debuttare come guest-star il promettente Yoshiaki Kawajiri, che negli anni '90 sarebbe diventato pupillo della critica internazionale con i suoi action-horror erotici. A ciascuno di loro il compito di scrivere, dirigere e disegnare un segmento basato su uno dei racconti di Mayumura, preferibilmente quello più incline alla loro visione poetica, ma, come accadrà spesso (ad esempio in Robot Carnival e Memories rispettivamente del 1987 e del 1995, altri lungometraggi a episodi realizzati da staff altisonanti), Manie-Manie si rivelerà tanto fumo ma poco arrosto: un film graficamente ammaliante e animato magistralmente, ma, quasi a suggerire il poco gusto delle tre star nella selezione del loro pezzo preferito, privo di compattezza, registicamente fin troppo autocompiacente e fine a sé stesso per far digerire una quasi totale assenza di contenuti. Troviamo tre segmenti, quindi, senza alcun filo conduttore, che poggiano il loro unico interesse sulla sola messa in scena raffinata, sfruttando a tal scopo storielle visionarie la cui trama è pretesto per trip di effetti speciali e ambientazioni da sogno. Sì, spettacolo visivo garantito, ma se ogni pezzo è solo puro sfoggio di fredda tecnica che non lascia altro a fine visione, è facile immaginare quanto la noia inizi fin quasi da subito ad attanagliare lo sventurato spettatore e il perché la pellicola non rivelerà alcun grosso successo nelle sale giapponesi2 quando vi debutterà nel 1987.

La prima storia, Labyrinth, realizzata da Rintaro, è la più riuscita del trio. Quasi interamente priva di dialoghi, vede una bambina e il suo massiccio gatto Cicerone giocare a nascondino dentro casa, salvo poi finire, attraverso un pendolo, in una dimensione da incubo popolata da strane creature e dove niente della fisica sembra seguire regole precise. I due iniziano dunque a inseguire un buffo clown dentro un gigantesco labirinto, in fondo al quale vi è un circo dove un proiettore trasmetterà le prossime due storie. Con giocattoli che prendono vita, moleste presenze salterine, inquietanti treni ed altri elementi di puro, affascinante delirio ectoplasmatico che brulicano dentro l'enorme dedalo, il regista rapisce l'occhio quel che basta per mascherare l'assenza di trama. La breve durata (meno di 12 minuti), le animazioni di livello impressionante, la raffinata regia di Rintaro e il chara design stranulato e "occidentale" di Atsuko Fukushima (colli lunghi, busti microscopici e gambe alte) sono elementi di interesse che accompagnano una storia di puro nonsense e aperta a mille interpretazioni (il tutto è una metafora del sogno della bambina di evadere da un'esistenza retta da una madre autoritaria e insensibile, appena accennata all'inizio? Si può ipotizzarlo), ma molto curiosa e visivamente affascinante.


Già il secondo capitolo, realizzato da Yoshiaki Kawajiri, è invece da dimenticare in toto. Ambientato nel solito futuro distopico dove l'hobby preferito delle masse è scommettere sulla vita di piloti automobilistici, corridori in un pericolosissimo (e altamente mortale) circuito simil-Nascar, L'uomo che correva parla dell'ultima corsa di Zach "Shinigami" Hugh, il campione che vince ininterrottamente da dieci anni. Il segreto del superuomo consiste nei suoi incredibili poteri psicocinetici, arma con cui fa esplodere le auto avversarie durante le gare simulandone l'incidente. Peccato che in quest'ultima occasione le cose si faranno così dure che Zach accuserà un sovraccarico psichico che lo porterà a... Le atmosfere horror date dai disegni luciferini di Kawajiri e dai primi piani demoniaci del protagonista rappresentano interessanti scorci visivi, così come le animazioni nuovamente di gran fluidità e il dettagliato mecha design delle automobili (un avveniristico incrocio tra la Formula 1 e astronavi). Peccato che la "storia" si riduca nuovamente al freddo sfoggio di tecnica: con un ritmo pachidermico Kawajiri riesce a rendere narcotica e interminabile, paradossalmente, proprio la vicenda che in teoria dovrebbe essere la più spettacolare ed emozionante: l'accompagnamento musicale minimalista, i dialoghi nuovamente inesistenti (o quasi), le inquadrature fisse ed eterne sempre sugli stessi particolari e uno stile di direzione distaccato e privo di di mordente rendono scomodissima fin da subito la poltrona, anche se il segmento dura giusto 14 minuti. Viene da pensare, antipatici, che era possibile realizzarne una versione più inquietante e coinvolgente forse anche solo in metà del tempo. Il finale scontatissimo e per nulla emozionale - nonostante il largo dispiego di effetti speciali, esplosioni e scene splatter - chiude nel peggiore dei modi un episodio che rovina di molto la media della produzione.

Interrompete i lavori! di Katsuhiro Otomo è, infine, un bicchiere mezzo pieno e mezzo vuoto. Nello stato repubblicano di Aloana, Paese immaginario dell'America latina, una rivoluzione armata porta alla soppressione dei lavori della misteriosa Facility 444: qualcosa però non va, la fabbrica apparentemente è ancora attiva e ancora funziona, e allora il nuovo governo obbliga uno dei dirigenti dell'azienda, il dirigente Tsutomu Sugioka, a indagare per poterla chiudere. Il tozzo individuo scoprirà quindi che la produzione era affidata a un robot, 444-1, programmato appositamente per continuare a lavorare qualunque cosa succedesse... Otomo dà vita a una simpatica satira sul capitalismo senza regole e i pericoli del delegare troppo potere alla tecnologia, mostrando un buffo impiegato tenuto prigioniero da una sofisticata A.I, ligia al suo dovere di salvaguardare il posto in qualsiasi modo. Da un lato, i 20 minuti che compongono l'episodio scorrono nuovamente molto lenti: anche se si tratta dell'unico segmento dialogato della pellicola, il ritmo è sempre molto sonnecchioso e per nulla coinvolgente, colpa di un piatto protagonista, di un umorismo non molto convincente (affidato unicamente alle espressioni facciali di Tsutomu) e di una spenta regia. D'altro canto, visivamente si parla del miglior episodio, che più degli altri risente del benefico influsso del suo regista: gli straordinari sfondi tecnologici e apocalittici di Otomo, così apprezzati quegli anni nel manga Akira (1982), sono mirabilmente resi in questo film mediante fondali e scenografie hi-tech ricchissime di dettagli meccanici (viti, tubi, fili) fusi con elementi naturali, per un risultato che rende mirabile la suggestione evocata da questa città-fabbrica piena di grattacieli che si staglia come un gigantesco organismo cibernetico dentro la giungla, circondato da alberi e intasato di aquitrini e fanghiglia che lo rendono un curioso incrocio tra sapori antichi e moderni, tra templi abbandonati nella giungla e avanzatissime tecnologie. Per buona parte della durata dell'opera l'occhio non può che essere rapito da scenografie così affascinanti e meticolose da ricordare Moebius e dalla resa stavolta perfetta del tratto di disegno "otomiano" nelle (o meglio, nella) figure umane (finalmente il suo segno è adattato da un animatore che lo replica alla perfezione, Takahashi Nakamura, con cui difatti Otomo lavorerà sempre d'ora in poi). Estremamente ben disegnata e animata, la vicenda è a suo modo simpatica e certo riabilita un po' il mortuorio di Kawajiri.


L'epilogo si riallaccia al primo episodio, senza aggiungere nè spiegare altro: una conclusione anonima abbastanza coerente con il risultato finale tutt'altro che esaltante di Manie-Manie, film che rimane interessante da guardare per i fan dei tre registi coinvolti, ma che, in definitiva, non può che farsi ricordare come un'occasione abbastanza sprecata di mettere insieme le loro capacità: sarebbe stato di buon auspicio coniugare degli ottimi aspetti visivi con anche qualche minimo contenuto e delle regie più briose.

Voto: 6,5 su 10


FONTI
1 Guido Tavassi, "Storia dell'animazione giapponese", Tunuè, 2012, pag. 143
2 Francesco Prandoni, "Anime al cinema", Yamato Video, 1999, pag. 131

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