lunedì 23 aprile 2012

Recensione: La ragazza che saltava nel tempo

LA RAGAZZA CHE SALTAVA NEL TEMPO
Titolo originale: Toki o Kakeru Shōjo
Regia: Mamoru Hosoda
Soggetto: (basato sul romanzo originale di Yasutaka Tsutsui)
Sceneggiatura: Satoko Okudera
Character Design: Yoshiyuki Sadamoto
Musiche: Kiyoshi Yoshida
Studio: Mad House
Formato: film cinematografico (durata 98 min. circa)
Anno di uscita: 2006
Disponibilità: edizione italiana in dvd e blu-ray a cura di Kaze

 

Da diciassette anni la vita di Makoto scorre tranquillamente, non è la prima della classe ma se la cava, non è la più simpatica ma ha amici e amiche con cui trascorre piacevolmente le giornate, ha un gran legame con Kosuke e Chiaki, con i quali gioca a baseball tutti i pomeriggi, almeno fino a quando non scivola nell’aula di scienze. Dopo una caduta rocambolesca, Makoto si rende conto che può viaggiare nel tempo, e inizia così a tornare nel passato, rivivendo giorni e precisi momenti, per correggere certi errori o compiere scelte differenti…

Il parere del Corà

Con un inizio di carriera suddiviso tra Digimon e One Piece, per i quali dirige episodi tv e film, e un Castello errante di Howl abbandonato agli stadi iniziali del progetto, era difficile immaginare un curriculum così prestigioso e un ruolo tanto importante per Mamoru Hosada, che con La ragazza che saltava il tempo e Summer Wars firma capitoli di grande interesse per l’animazione attuale, creature di delicata fantascienza ricca di spunti e invenzioni, quella sci-fi intelligente e profonda che lo scaraventa nell’olimpo dei registi nipponici.

Tratto dall’omonimo romanzo di Yasutaka Tsutsui pubblicato nel lontano 1967, La ragazza che saltava nel tempo prende spunto dagli elementi caratteristici della storia originale ma se ne stacca notevolmente sia per plot che per personaggi, limitandosi quindi a condividere lo stesso, bizzarro meccanismo temporale con cui Makoto può tornare nel passato. Ma se per l’ambientazione scolastica, il carattere sentimentale di cui è intrisa la pellicola e la stessa trovata fantascientifica potrebbero far pensare a una semplice commedia giovanile a tinte rosa con un’esile spruzzata di fantastico, è proprio l’originalità delle situazioni a rendere quello che si potrebbe definire il vero esordio di Hosada una pellicola intensa, intimista e matura. Strutturato con una finta complessità che maschera la linearità dell’intreccio, ne La ragazza che saltava nel tempo, come spesso accade nelle commedie più sofisticate, convivono essenzialmente due aspetti, uno più comico e divertente e un secondo più drammatico e sentito, entrambi tenuti al guinzaglio da un elemento fantastico rilevante ma non eccessivo, capace quindi di equilibrare il dosaggio tra ironia, sentimentalismo, tragedia e sci-fi. A colpire positivamente è infatti la sobrietà di Hosada nel non eccedere nei paradossi, gestendo la questione dei viaggi nel tempo con una semplicità spaventosa che raramente si incontra in storie che trattano lo stesso tema: a una prima metà esilarante, dove Makoto tenta di rimediare a errori, pasticci e imbarazzi amorosi rivivendo gli stessi momenti ma scegliendo bivi differenti con risultati solitamente spassosi, ne segue una seconda più intima, dove il viaggio temporale smette di essere un gioco, acquisisce una sua profondità e diventa spunto di riflessione con cui Makoto possa capire realmente se stessa e come comportarsi di conseguenza.


A collegare l’inizio alla fine vi è quindi una proverbiale linea retta e non un ghirigoro impazzito dove passato e presente si sovrappongono in singolarità temporali difficili da seguire, l’escamotage del viaggio nel tempo è sfruttato per innescare risate (lo strano modo per attivare il viaggio, le reazioni di chi si trova vicino a Makoto) e per sottolineare le parentesi più drammatiche, in un simbolismo che emerge inevitabile ma tutt’altro che banale, con quell’immortale interrogativo, quel what if su scelte, decisioni, parole dette e non dette che la normale quotidianità impedisce ovviamente di cambiare in un secondo momento. Con un supporto dialogico eccellente e una caratterizzazione dei personaggi mostruosa (straordinaria la femminilità mascolina di Makoto, ma ottimi anche Kosuke e Chiaki, calmo e sicuro di sé il primo, giocattolone e poco intelligente, come spesso sottolineato da Makoto stessa, il secondo), non c’è pericolo che la sagra di amori giovanili e cottarelle assortite sia noiosa e superficiale: la sceneggiatura di Satoko Okudera, con cui Hasoda continuerà a collaborare sia con Summer Wars che con Wolf Children, è scrupolosa e intelligente nell’affrontare i turbamenti ormonali dell’adolescenza con il giusto atteggiamento, con quell’ironia serena e tenera che si rivela ideale per sorreggere sorrisi e lacrime, palpitazioni e delusioni, riuscendo quindi nell’ardua impresa di rendere la pellicola un prodotto solido, compatto e a suo modo nostalgico per la rievocazione di ricordi e momenti legati a quell’età.

Una tale eleganza narrativa poteva essere supportata soltanto da una regia fresca e dinamica, e infatti Hosada sperimenta con personalità attraverso lunghe inquadrature fisse, campi medi nei quali i personaggi si muovono e dialogano realisticamente senza campi e controcampi che spezzino il naturale racconto della vicenda, e spostandosi agilmente con movimenti di camera morbidi e pensati. Ad agevolarlo, naturalmente, l’ottimo comparto tecnico garantito da Mad House e il semplice ma bellissimo chara di Yoshiyuki Sadamoto, che permettono un realismo stupefacente nelle espressioni facciali dei protagonisti, in particolare Makoto e la sua impulsività che la porta a ridere e piangere in continuazione. Interessante la scelta di una conclusione a suo modo aperta, che non fornisce risposte ai quesiti sollevati ma che sembra quasi indicare la strada che dovrà percorrere Makoto, ora diversa, ora cresciuta dopo aver avuto a che fare per la prima volta con temi tosti come vita, amore, morte e lontananza, ora senza dubbio più matura rispetto all’inizio della storia, quand’era soltanto una ragazzina che imparava per caso a viaggiare nel tempo.

Voto: 9 su 10

Il parere del Mistè

La ragazza che saltava nel tempo, il lungometraggio di Mamoru Hosoda che gli apre le porte al pubblico internazionale, assurgendo fin da subito a opera di culto (sopratutto per merito del gran numero di premiazioni e riconoscimenti), è una pellicola piena di potenzialità, ma a mio parere il modo in cui sono sfruttate non è dei più felici.

Una studentessa di nome Makoto scopre, previo lo spicco di un balzo in avanti, di poter tornare indietro nel tempo, trovando così la facoltà di modificare il passato in modo da sfruttarlo a proprio vantaggio. Soggetto semplice e geniale, basato sul romanzo omonimo scritto nel 1967 da Yasutaka Tsutsui (uno dei massimi autori giapponesi della fantascienza, già autore del Paprika che ha ispirato Kon), che però è sfruttato in modo alquanto scontato, divenendo semplice cornice della classica storiella amorosa adolescenziale.

Chiaro che, visti i presupposti (ambientazione, età della protagonista e le atmosfere solari), molte erano le probabilità che la vicenda fosse estremamente leggera. Quello che non si apprezza è che il soggetto dà spazio a un buon numero di riflessioni, anche stimolate anche dallo script, che appaiono troppo mature e fuori contesto in un lungometraggio che come ha come focus principale i problemi sentimentali della ragazzina di turno. Riflessioni che suonano più come spunti buttati a casaccio per dare tono all'opera che reali esigenze narrative. Ad esempio, è decisamente interessante il fatto che cambiare il passato per ottenerne un guadagno, evitando così da ripetere errori, comporti che sia qualcun altro a rimetterci in qualcosa, ma è giusto un'intuizione isolata, dimostrata da un esempio (lo sventurato compagno di classe di Makoto che compie gli stessi disastri scolastici e culinari che dovevano capitare a lei) che ha zero ripercussioni nella trama principale. Altra idea è quella della ragazza che continua a modificare la realtà in modo che il suo migliore amico non trovi l'occasione di dichiararsi a lei, rovinando ipoteticamente il loro rapporto di amicizia: il messaggio che ricava è che non bisogna sotterrare la testa sottoterra di fronte ai problemi, quanto affrontarli, ma anche questo è uno spunto che non ha ruolo negli sviluppi successivi che risolvono l'intreccio. Questi consistono invece in un una evitabilissima appendice sci-fi comprensiva della scoperta di altri viaggiatori del tempo, dispositivi tecnologicamente avanzati, regole provenienti dal futuro da rispettare e altre amenità che tingono di ridicolo la vicenda. E le morali del racconto, almeno quelle mature, sono abbandonate: la sceneggiatrice Satoko Okudera preferisce focalizzare il prosieguo della storia non sul mostrare Makoto riflettere sui danni che comporta il suo modo di agire, ma su su una banale parentesi sentimentale, soluzione opinabile che porta a domandarsi a cosa serviva sfruttare l'idea dei viaggi nel tempo per parlare sempre delle stesse cose. Addirittura il messaggio finale è quasi un'antitesi delle premesse iniziali, decisamente poco condivisibile: non una condanna a priori del cambiare il passato per evitare di commettere gli errori che, bene o male, fanno crescere, anzi! Se alcuni cambiamenti sono fatti a fin di bene, magari per spingere una persona a mettersi con un'altra, allora è giusto e legittimo farli.


La ragazza che saltava nel tempo è un film decisamente semplice, di intrattenimento disimpegnato al massimo, che dall'alto di un chara design piacevolissimo (il veterano Yoshiyuki Sadamoto), animazioni degne del supporto cinematografico e musiche azzeccate, si fa vedere tutto sommato con piacere. Il suo unico problema, visto il soggetto intrigante, è di accontentarsi di essere un film "per tutti", scegliendo il modo più scontato e commerciale di chiudere una vicenda che sembra voglia parlare di altro. Senza approfondire le implicazioni "serie" che l'incipit di partenza offre, si risolve nel proporre un intrattenimento moderato e innocuo. Ed è forse per questo che, quando tenta di commuovere mostrando adolescenti che frignano per le loro vicissitudini amorose, non è da escludere che un certo tipo di spettatore, notando imbarazzato l'empatia nulla che prova per gli "attori", mandi felicemente a quel paese un lungometraggio tanto amato e riverito.

Voto: 6 su 10

7 commenti:

maurizio ha detto...

che dire? visivamente è impeccabile, la storia fila via che è una meraviglia,e alla fine lascia una sensazione di nostalgia...del tipo che vorresti sapere assolutamente cosa succederà poi...da vedere

Simone Corà ha detto...

Infatti, lo si vorrebbe proprio un sequel... :)

maurizio ha detto...

un sequel? forse il bello di questi film è proprio la sensazione che ti resta alla fine (è un pò come immaginare che qualcuno scriva un continuo de "il piccolo principe")e quindi forse non ci sarebbe lo stesso impatto emotivo. In effetti però non sarebbe male magari incentrando la storia sulla zia di Makoto e poi scoprire che grazie alla tela da lei restaurata Chuky riesce a tornare proprio da Makoto...

Simone Corà ha detto...

L'idea di un sequel è legata più che altro al piacere di rivedere certi personaggi, che quando finisce un film già ti mancano :)

maurizio ha detto...

beh anche questo è vero!

frizio ha detto...

una cosa son i finali aperti ma dentro il film c'è una voragine!
Da che periodo arriva il ragazzo?
Perchè ha bisogno di vedere il quadro?
Perchè il quadro non c'è più nel suo tempo?
Perchè voleva provarci con la tipa se tanto sarebbe per forza dovuto tornare nel suo tempo?
Film guardabile ma niente di che...
Riguardo il discorso che cambiare il passato per ottenere guadagno e che qualcun'altro ci si possa rimettere,ho dei dubbi sull'esempio del compagno di classe che fa il disastro nell'aula di chimica(al posto della protagonista).
Per avvalorare la teoria in seguito il ragazzo accuserà la ragazza che la sua sfortuna deriva da quell'episodio:beh,l'esempio è veramente stupido,quell'incidente è puramente casuale,nessuno avrebbe una mente malata da accusare qualcun'altro in un frangente simile.
L'escamotage del cambiare continuamente gli eventi è geniale e simpatico,già visto in Next con Nicolas Cage(tra l'altro questo film è uscito un anno dopo l'anime,che hollywood abbia scoppiazzato?).

Anonimo ha detto...

Frizio ma queste cose qui non le puoi imputare a Hosoda, è semplicemente la trasposizione di un racconto che in Giappone è stato riadattato anche come film e serie televisiva.
Questi difetti appartengono alla sceneggiatura originale.
Hosoda ne rilascia semplicemente la trasposzione, che sul piano tecnico e registico è molto curata. E andrebbe valutata su queste basi.

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